In Turchia, alcune riflessioni..

Come fare a prevenire i casi di stupro e sfruttamento sessuale da parte dei cosiddetti caschi blu? Che giurisdizione applicare, quella del paese di origine, quella del paese in cui sono impiegati o una terza soluzione internazionale? Le organizzazioni internazionali, oggi che ricoprono un ruolo sempre più importante nella diplomazia multilaterale, devono essere ritenute legalmente responsabili delle loro azioni? Chi deve e soprattutto ha il potere di giudicarle? Queste sono le questioni che mi hanno portato in Turchia, ad Antalya.

Sì, mi trovo nella famosa località di villeggiatura fuori stagione.

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Ogni anno 500-600 studenti degli ultimi anni delle superiori e dell’università da svariate parti del mondo riempiono un resort sulla spiaggia e simulano i processi decisionali delle Nazioni Unite, divisi nelle varie commissioni e organi. È a tutti gli effetti un gioco di ruolo, dove i partecipanti sono chiamati a calarsi nei panni di delegati di una nazione che non sia la loro e rappresentare i suoi interessi in un determinato consesso. Tutto è curato nei minimi dettagli. Nel mio caso, sto rappresentando la Repubblica della Corea (Corea del Sud, nome però non appropriato poiché questa non riconosce la Corea del Nord e dunque si considera l’unica “vera” Corea) nella sesta commissione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, la commissione competente in materia legale. Una buona preparazione è necessaria e bisogna conoscere la materia del dibattito perfettamente, poiché in cinque giorni di lavori si ha la possibilità di entrare parecchio nei dettagli. Si ha “libertà di azione” in quanto per certi versi si può agire secondo coscienza e piacere, però bisogna anche sempre tenersi bene in mente, alleanze, relazioni economiche e commerciali che si hanno con altri paesi. Specialmente nel caso della Corea, con un acerrimo nemico (e i suoi partner) e con la protezione (non gratuita) degli Stati Uniti.

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A scuola tutto va bene, finalmente il volontariato è decollato e dunque vado ogni settimana in un quartiere un po’ disagiato di Dilijan dove c’è un centro per bambini con disabilità, che in Armenia è un grande problema in quanto avere un figlio disabile è visto come una disgrazia e molto spesso vengono tenuti in casa per vergogna. Questa organizzazione è anche molto attiva nel lobbismo presso le autorità locali per far sì che venga applicato lo stesso modello che vige in Italia, in cui non ci sono scuole separate e per noi è normale vedere bambini (o persone in generale) disabili. Ora in questo posto remoto i bambini cantano “sardina-ina-ina coccodrillullà chi fuori resterà!”.

Martedì ho ricevuto un’email da una delle migliori università di business del mondo (la IE – Instituto de Empresa di Segovia-Madrid) che mi comunicava che sono stato selezionato tra 280 domande per andare a trascorrere quattro giorni nei loro campus con una dozzina di altri ragazzi per conoscere l’università, discutere alcune questioni che riguardano la formazione universitaria, partecipare a seminari e visitare un po’ di Spagna. Sono molto contento perché è un grande successo, e un’altra esperienza da aggiungere al mio bagaglio.

Per tornare alle grandi questioni discusse durante la settimana in Turchia…purtroppo le abbiamo anche sperimentate direttamente. Tre dei nostri compagni non sono potuti venire poiché non hanno ottenuto un visto. Inoltre il confine tra la Turchia e l’Armenia è chiuso e dunque era necessario volare dalla Georgia. Per questa settimana in un paese che confina con quello in cui vivo ho ottenuto 7 timbri sul mio passaporto. Alla frontiera tra Armenia e Georgia abbiamo dovuto scaricare tutto, aspettare e passare uno a uno la frontiera quando vi erano molti armeni nei loro viaggi della disperazione, che passavano la frontiera per continuare con il loro lungo viaggio per Mosca in pullman (circa 30h) per trovare la salvezza con borse e borsoni. Queste sono scene a cui noi europei occidentali non siamo più abituati e ci sembrano molto strane. Non siamo abituati ad aspettare un’ora e mezza al Brennero per ottenere un timbro alle tre di mattina. Ma purtroppo la nostra è più l’eccezione che la regola, anche se non ce ne rendiamo conto.

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Un pensiero su “In Turchia, alcune riflessioni..

  1. interessante ,scritto con chiarezza ci permette di capire un mondo che non conosciamo,ma anche di riflettere su quello che abbiamo e che consideriamo scontato.Grazie Philipp,ci insegni sempre qualcosa,mentre ci fai partecipi della tua nuova vita.

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