Primavera Ucraina

Dopo un lungo silenzio torno a scrivere mentre sono in viaggio, di ritorno da quattro giorni di vacanza a Kiev. Una città che mi è molto piaciuta, nel suo mix di palazzi pre e post-sovietici, strade larghe e chiese ortodosse dai tetti dorati. Ma quello che mi ha colpito maggiormente non è il McDonald’s più economico del mondo (BigMac menù a meno di €2, l’Ucraina è il paese con il Big Mac Index più basso, un indice sviluppato dall’Economist per visualizzare i livelli di inflazione e potere d’acquisto) e ancor meno la famosa zuppa di cavoli, il borsch. No, non si può visitare Kiev e non rimanere coinvolti da un’aura di chiara connotazione politica. I mille sottopassaggi sono ricoperti di graffiti che trasportano i passanti – spesso implicitamente tramite l’arte – alla tensione di quei giorni di esattamente due anni fa, inizio 2014. Uscendo dal sottopassaggio che porta da un lato all’altro di piazza Maidan, salendo le scale,  ci si trova di fronte una colonna, che ricorda quelle della vittoria di Parigi o Berlino. La tenda montata alla base della colonna ricorda tristemente che attualmente non ci sono vittorie da celebrare, bensì vittime da commemorare. Foto di soldati ancora senza barba, di uomini pieni di rughe. Date di morte. Se questi militanti non fossero lì a vegliare giorno e notte nelle loro uniformi raccattate da qualche parte e chiaramente appartenenti a forze armate straniere (principalmente occidentali, probabilmente comprate su internet – usate a giudicare dallo stato in cui si trovano), se dovessi giudicare dal loro sguardo nel vuoto mentre bevono un tè caldo e fumano una sigaretta, direi che perfino loro si sono rassegnati, che perfino loro non ci credono più. Che perfino loro non credono più nell’entusiasmo e nello spirito della rivoluzione iniziata in quella piazza. E mi chiedo cosa li spinga a passare le loro giornate nel freddo polare di piazza Maidan. Uno di loro, parlando con un turista per convincerlo a fare una donazione per l’ospedale da campo, punta l’indice al lato sinistro della piazza. Punta il suo dito al lato dove le foto e i nomi dei 104 manifestanti uccisi a Kiev fine gennaio e fine febbraio 2014 sono silenziosamente custoditi da migliaia di fiori rossi. Custoditi dagli sguardi colpiti dei turisti e da quelli dei locali che si fermano sulla via per il lavoro – abituati ormai a questa visione. Una frase scritta su una lapide colpisce particolarmente

Мамо, не плач, Я повернусь весною  – “Mamma, stai tranquilla, torno in primavera ” 

primavera

Il monumento alle vittime di #EuroMaidan

Una primavera, quella del 2014, che a Kiev non arrivò mai, allo stesso modo in cui l’autore di questa frase non tornò mai a casa. Alcuni la chiamano la “non-primavera”, una rivoluzione non compiuta e un ritorno a una quasi normalità. L’unica modificazione di confini in Europa per mezzo della forza e della violenza dalla seconda guerra mondiale, e in quanto tale celebrata a Mosca, ha cambiato radicalmente l’identità ucraina, in quello che definirei un patriottismo composto, interiore, ferito. Un’altra ferita, dopo l’ holodomor che in pochi (tra cui l’Italia) riconoscono come un genocidio, Chernobyl e ora questa. 104 vittime servite alla deposizione di un presidente corrotto e tiranno, Yanukovich, ma che finora non sono servite a rendere i sogni di #EuroMaidan realtà.

morti

L’improvvisato cimitero al bordo di piazza Maidan

Le scritte Europa in cirillico sui muri non possono non colpire un europeo. Non libertà, rivoluzione, insulti alla Russia o ai suoi governanti, no: Europa. Quando capiremo l’importanza di questi decenni, di ciò che siamo riusciti a costruire, che abbiamo raggiunto la tanto aspirata unità nella diversità? Per capirlo dobbiamo andare nelle strade di Kiev e di Tbilisi (capitale di un altro Stato dell’area post-sovietica che guarda l’Europa come prospettiva futura), lo capiremo vedendo le 12 stelle d’oro su sfondo blu sventolare nelle strade di Tbilisi, lo capiremo parlando con l’ottantenne armeno che racconta tutta la sua vita tra le lacrime e il cui solo augurio è pace, prosperità e democrazia, lo capiremo dallo sguardo del militante infreddolito di Maidan, dal suo dito puntato a quel cimitero improvvisato su cui ogni giorno cadono gli sguardi dei cittadini di Kiev, che aspettano che il gelo passi, per fare finalmente spazio alla primavera.

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