Primavera Ucraina

Dopo un lungo silenzio torno a scrivere mentre sono in viaggio, di ritorno da quattro giorni di vacanza a Kiev. Una città che mi è molto piaciuta, nel suo mix di palazzi pre e post-sovietici, strade larghe e chiese ortodosse dai tetti dorati. Ma quello che mi ha colpito maggiormente non è il McDonald’s più economico del mondo (BigMac menù a meno di €2, l’Ucraina è il paese con il Big Mac Index più basso, un indice sviluppato dall’Economist per visualizzare i livelli di inflazione e potere d’acquisto) e ancor meno la famosa zuppa di cavoli, il borsch. No, non si può visitare Kiev e non rimanere coinvolti da un’aura di chiara connotazione politica. I mille sottopassaggi sono ricoperti di graffiti che trasportano i passanti – spesso implicitamente tramite l’arte – alla tensione di quei giorni di esattamente due anni fa, inizio 2014. Uscendo dal sottopassaggio che porta da un lato all’altro di piazza Maidan, salendo le scale,  ci si trova di fronte una colonna, che ricorda quelle della vittoria di Parigi o Berlino. La tenda montata alla base della colonna ricorda tristemente che attualmente non ci sono vittorie da celebrare, bensì vittime da commemorare. Foto di soldati ancora senza barba, di uomini pieni di rughe. Date di morte. Se questi militanti non fossero lì a vegliare giorno e notte nelle loro uniformi raccattate da qualche parte e chiaramente appartenenti a forze armate straniere (principalmente occidentali, probabilmente comprate su internet – usate a giudicare dallo stato in cui si trovano), se dovessi giudicare dal loro sguardo nel vuoto mentre bevono un tè caldo e fumano una sigaretta, direi che perfino loro si sono rassegnati, che perfino loro non ci credono più. Che perfino loro non credono più nell’entusiasmo e nello spirito della rivoluzione iniziata in quella piazza. E mi chiedo cosa li spinga a passare le loro giornate nel freddo polare di piazza Maidan. Uno di loro, parlando con un turista per convincerlo a fare una donazione per l’ospedale da campo, punta l’indice al lato sinistro della piazza. Punta il suo dito al lato dove le foto e i nomi dei 104 manifestanti uccisi a Kiev fine gennaio e fine febbraio 2014 sono silenziosamente custoditi da migliaia di fiori rossi. Custoditi dagli sguardi colpiti dei turisti e da quelli dei locali che si fermano sulla via per il lavoro – abituati ormai a questa visione. Una frase scritta su una lapide colpisce particolarmente

Мамо, не плач, Я повернусь весною  – “Mamma, stai tranquilla, torno in primavera ” 

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Il monumento alle vittime di #EuroMaidan

Una primavera, quella del 2014, che a Kiev non arrivò mai, allo stesso modo in cui l’autore di questa frase non tornò mai a casa. Alcuni la chiamano la “non-primavera”, una rivoluzione non compiuta e un ritorno a una quasi normalità. L’unica modificazione di confini in Europa per mezzo della forza e della violenza dalla seconda guerra mondiale, e in quanto tale celebrata a Mosca, ha cambiato radicalmente l’identità ucraina, in quello che definirei un patriottismo composto, interiore, ferito. Un’altra ferita, dopo l’ holodomor che in pochi (tra cui l’Italia) riconoscono come un genocidio, Chernobyl e ora questa. 104 vittime servite alla deposizione di un presidente corrotto e tiranno, Yanukovich, ma che finora non sono servite a rendere i sogni di #EuroMaidan realtà.

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L’improvvisato cimitero al bordo di piazza Maidan

Le scritte Europa in cirillico sui muri non possono non colpire un europeo. Non libertà, rivoluzione, insulti alla Russia o ai suoi governanti, no: Europa. Quando capiremo l’importanza di questi decenni, di ciò che siamo riusciti a costruire, che abbiamo raggiunto la tanto aspirata unità nella diversità? Per capirlo dobbiamo andare nelle strade di Kiev e di Tbilisi (capitale di un altro Stato dell’area post-sovietica che guarda l’Europa come prospettiva futura), lo capiremo vedendo le 12 stelle d’oro su sfondo blu sventolare nelle strade di Tbilisi, lo capiremo parlando con l’ottantenne armeno che racconta tutta la sua vita tra le lacrime e il cui solo augurio è pace, prosperità e democrazia, lo capiremo dallo sguardo del militante infreddolito di Maidan, dal suo dito puntato a quel cimitero improvvisato su cui ogni giorno cadono gli sguardi dei cittadini di Kiev, che aspettano che il gelo passi, per fare finalmente spazio alla primavera.

Colonia e la mente fredda

Francesco Palermo

Foto: Maja Hitij/dpa Foto: Maja Hitij/dpa

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 16 gennaio 2016)

Nel villaggio globale ci sono immagini e momenti che cambiano la percezione dei fenomeni. La scorsa estate era stata la drammatica foto del bambino siriano morto su una spiaggia turca a commuovere il mondo e a dare una svolta in senso solidaristico alla crisi dei profughi. In questo inverno sono gli orribili fatti di Colonia a (ri-)creare un clima di sospetto se non di astio nei confronti degli “immigrati” (termine onnicomprensivo che include cittadini di origine straniera, migranti, profughi, richiedenti protezione). Paradossalmente più degli attentati di Parigi, anche se a Colonia, fortunatamente, non è morto nessuno.

I fatti sono gravissimi seppur non ancora del tutto chiariti. Si è parlato di stupri, poi fortunatamente “derubricati” a molestie (non per questo da giustificare, ma penalmente meno rilevanti), di furti, di molestie come “diversivo” i furti. Poi si è parlato di…

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Comproprietà e indifferenza

Un labirinto di corridoi vuoti, stanze ormai già chiuse con letti coperti e tutto sistemato in armadi e cassetti. Il silenzio che ha rimpiazzato parole, rumori, musica, lacrime e risate. Questo è ciò che si prova se, come me, si è tra gli ultimi a lasciare un collegio prima delle vacanze di Natale.

E allora decido di guardare La Grande Bellezza di Sorrentino nelle poche ore che precedono la mia partenza. Alcuni dei pochi superstiti si uniscono a me,  così sono non solo l’unico italiano a guardare questo capolavoro ma anche l’unico europeo ma a quanto pare l’effetto del film è forte anche su chi, nella capitale non c’è mai stato. Durante il mio tragitto dal collegio all’aeroporto, di notte, ho ripensato molto al film e al mio tempo qui in Armenia. Come fa tanta decadenza sociale e culturale, ad essere avvolta da una bellezza spaventosa? Ma soprattutto: come è possibile per qualcosa capace di emozionare a un tale livello essere schiacciata nell’angolo da tale corruzione, intesa come totale abbandono della dignità e degenerazione morale e spirituale, depravazione. Il contrario di tutto ciò è il progresso, e avendo il privilegio di poter osservare l’andamento delle cose dall’esterno, purtroppo l’impressione non è affatto quella di progresso. C’è aria di stagnazione, non di progresso.

Di fatti, andando all’estero mi sono potuto rendere conto non solo dell’indiscutibile grande bellezza del nostro paese, ma anche dei suoi difetti. Avere chiari i secondi mi rende più orgoglioso dei primi, per quanto possa sembrare paradossale. In un ambiente in cui sono circondato da studenti provenienti per la maggioranza da paesi con regimi e tradizioni poco (se non per nulla) democratici (perché così è il mondo purtroppo), sento troppo spesso una grande separazione tra ciò che ci si sente di voler rappresentare del proprio paese e ciò che il proprio paese rappresenta. Per un certo verso questo atteggiamento è più che comprensibile in paesi dove è difficile o perfino impossibile far sentire la propria voce e scegliere da chi si vuole essere governati, ma non trovo questo atteggiamento ugualmente giustificabile per democrazie mature e compiute, come quelle europee occidentali ad esempio. Infatti, se è legittimo essere in disaccordo con le azioni del proprio governo (a maggior ragione se si ha votato per un altro schieramento politico) o con uno specifico aspetto della mentalità e cultura, trovo alquanto vano ma soprattutto irresponsabile questo senso di rassegnazione, che purtroppo è tipico in Italia. Al contrario, ho imparato ad apprezzare i difetti e vizi, come stimolo per una società matura e consapevole. Lo riconduco a un concetto molto usato in inglese: sense of ownership, senso di comproprietà. Se c’è qualcosa per la quale provo avversione o perfino disgusto e che mi fa sentire a disagio, dovrebbe essere tale da provocarmi indignazione piuttosto che rassegnazione. Se effettivamente sono in grado di sentire questo senso di comproprietà e c’è qualcosa che non mi piace, a prescindere dall’essere in possesso degli strumenti per cambiarlo, dovrei sentirmi indignato e mi dovrebbe spronare a fare qualcosa o almeno a sentirmi in dovere di farlo. È una questione d’orgoglio. Il passivo senso di rassegnazione è proprio della separazione di cui parlavo prima, di una negazione della propria responsabilità e attivismo. Non voglio mettere la rassegnazione sullo stesso piano del menefreghismo, perché sono consapevole del fatto che la rassegnazione possa derivare dall’essere disincantato e disilluso, ma entrambi i concetti, seppur con origini distinte, sono in mia opinione un abbandono di quella comproprietà. Non ci può essere progresso senza partecipazione e comproprietà ed è questo ciò che vedo quotidianamente in un paese in via di sviluppo, dove forze esterne faticano ad “imporre” sviluppo e progresso a causa di questo fenomeno. Il cambiamento non può che essere partecipato e soprattutto voluto, e dunque non può che generare da una società attiva e, se necessario, indignata.

Questa riflessione è nata dopo un anno in collegio nel quale spesso mi trovavo in disaccordo con le decisioni che il management prendeva e con il processo che portava a queste decisioni. Dopo alcuni tentativi falliti di cambiamento e di indurre i miei pari ad essere attori di questo cambiamento, la disillusione e dunque la rassegnazione ha preso il sopravvento. Tuttavia, era uno stato che non mi faceva completamente stare a mio agio e di conseguenza finivo per evitare di pensare a tutto ciò che avesse a che fare con questo ambito, a separarmi volutamente da questo. Ma finalmente (non nascondo che è stato un processo non breve), ho deciso che, per quanto avessi potuto continuare in questo modo, ciò non era quello che volevo e ho deciso di candidarmi e diventare uno dei rappresentanti d’istituto. E ho deciso di farlo con lo stesso spirito di quando contribuì a fondare il movimento politico Stazione Futuro: per combattere l’indifferenza.

 

Hero – scene finali

Sono nato il 16 febbraio 1997. Quello stesso giorno 14 anni prima è uscito il film che Bill Forsyth ha girato in Scozia, con Burt Lancaster. Il film si chiama Local Hero.

C’è una scena, quella finale, per me è molto significativa.

Peter Riegert, che interpreta l’americano MacIntyre, lascia il piccolo villaggio sperduto sulla costa scozzese per tornarsene a Huston, in Texas. La sua missione era creare le condizioni per l’insediamento dell’azienda petrolifera per cui lavora. MacIntyre durante la sua permanenza a Ferness ha conosciuto un nuovo modo di vivere la propria vita. Dunque la sua vita ha cambiato ritmo, e con esso è cambiato anche lui. Sarà difficile tornare nella metropoli americana, sarà difficile riadattarsi a ciò cui si è sempre stati abituati ma che di colpo è cambiato.

Questo lo copre di malinconia, la malinconia nel suo stato d’animo che è evidente dal modo in cui si muove, dall’espressione che ha in volto, ma soprattutto dalla colonna sonora di Mark Knopfler (dei Dire Straits) il cui tema finale che si sente in questa scena (e soprattutto accompagna i titoli di coda) si chiama non a caso going home (tornando a casa). Questa canzone crea tutta l’atmosfera di questa scena, e la visione che si ha è dunque tutta un po’ ovattata, con il ritmo lento della malinconia.

Mac in Scozia ha conosciuto persone nuove, ma soprattutto un nuovo tipo di persone. Mac oggi riesce a vedere cose nuove e particolari, a pensare in un altro modo. Ma Ferness non è questo posto idilliaco: i suoi abitanti sono stanchi della faticosa vita lì e sarebbero a un certo punto anche felici di vendere i terreni per farci costruire la raffineria. La gente che lo circonda, nonostante sia fortunata a vivere in quel posto, appare stanca e frustrata.

Ma tutto ha una fine, e si torna a casa. Rientrati a casa si trovano nelle tasche i pezzi di quel posto, si trovano i reperti di esperienze nuove. Si trovano le conchiglie di quella spiaggia scozzese.

Tornati a casa si guarda fuori dalla finestra, e si vede il tutto in maniera diversa. Il ritmo lento di Ferness è in contrasto con il suono di sirene e automobili della grande città, ma si ritorna alla normalità, difatti suona la campana di uno dei mercati finanziari.

Le similitudini tra questa scena e le mie ultime settimane non sono poche. Io mi sento esattamente come Mac in questo momento, e mi sono sentito come lui al momento di lasciare quella che è diventata la mia seconda casa. Anche io come lui avevo una sorta di missione. Anche io ho in mano i resti di questo viaggio, che rievocano situazioni, sentimenti e stati d’animo, ricordi. Anche io ho conosciuto nuove persone e un tipo nuovo di persone. Le stesse persone che mi hanno fatto vedere cose nuove e un modo nuovo di vedere le cose. Le persone che mi hanno insegnato a pensare in un nuovo modo. Le persone con cui ci si è anche sentiti stanchi e frustrati a volte, senza ombra di dubbio. Le persone con cui fin dal primo momento era chiaro che tutto ciò aveva una data di scadenza (che per fortuna non si è ancora raggiunta) e che non sarebbe potuto essere per sempre.

Ecco, mi sento così. Esattamente come Mac.

Dall’altra parte però

Ora lo vedo: il momento in cui sai di non essere una storia triste, sei vivo, e ti alzi in piedi, e vedi la luce dei palazzi, e tutto quello che ti fa stare a bocca aperta. E senti quella canzone, su quella strada, insieme alle persone a cui vuoi più bene al mondo, e in questo momento, te lo giuro, NOI SIAMO INFINITO

Dall’altra parte però, non mi sento solo come il Local Hero ma come se fossi anche in piedi sul retro del pick-up con la canzone Heroes di David Bowie a tutto volume, come Charlie in noi siamo infinito.

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Semi. Fiori. Memoria. Delusioni. “Meds yeghern”

“Avete provato a sotterrarci. Ma se si sotterrano semi, questi crescono comunque. Siamo qui, più vivi che mai”

questo uno degli slogan delle celebrazioni per la commemorazione del centenario del Genocidio degli Armeni che ricorre quest’anno. “Io sono vivo” recitano i cartelli in piazza della repubblica a Yerevan e in tante altre capitali e città del mondo. Sui baveri spille del fiore viola simbolo di queste commemorazioni: il non ti scordar di me.

Il fiore giallo coi petali viola è diventato il simbolo di queste commemorazioni per sottolineare l’importanza del ricordo, della memoria. Ricordare fatti tragici è una priorità in ogni situazione. Ma lo è ancor più nel caso in cui questi fatti siano smentiti, sminuiti da alcuni. Questo è il caso dell’armenia. E soprattutto degli armeni.

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Una campagna promossa dal fondatore della mia scuola, Ruben Vardanyan, ha cercato di ricostruire 100 profili di persone che sono sopravvissute o hanno salvato vite: una sorta di giusti tra le nazioni per fare un parallelismo con la Shoah. Uno dei video che promuovono questa campagna mostra i volti di alcuni armeni mentre recitano la frase “io sono un armeno, io sono un superstite/sopravvissuto”. Questo accostamento tra la nazionalità armena e il concetto di sopravvivere è un tema ricorrente in molti scritti e produzioni, in particolare in quest’anno di commemorazione. Ma è anche un qualcosa di intrinseco alla personalità, alla costruzione morale degli armeni. Credo di poter dire questo dopo aver vissuto quasi 10 mesi in questo paese e aver conosciuto lo spirito armeno, degli Armeni d’Armenia e di quelli che formano la diaspora. Un genocidio, l’oppressione sovietica, una guerra con l’Azerbaigian a seguito della caduta dell’Unione Sovietica e tutto ciò che questo ha comportato, la povertà. Tensioni con le nazioni vicine (due confini chiusi) che continuano fino ad oggi. Questo è quello che ha dato forma allo spirito degli Armeni solamente nell’ultimo secolo.

Meds yeghern, questo il termine usato dagli armeni per definire il genocidio (traducibile con “il grande crimine” o anche “catastrofe”) è qualcosa di intrinseco per ciascun armeno, ovunque egli viva. Ma il ricordo di un grande crimine, di una catastrofe assume un’importanza esponenzialmente più importante nel caso i discendenti dei carnefici non riconoscano il crimine come tale e non si assumano tale  responsabilità.

Il ricordo, la memoria, assume di conseguenza ancora più importanza poiché rappresenta una responsabilità, poiché si diviene di fatto testimoni (anche se non coevi e testimoni reali, ma effettivi) di un qualcosa che va ricordato. Si assume sì il ruolo di superstiti, di sopravvissuti, anche se non lo si è personalmente. Perché se vi è qualcuno che prova a smentire, a cancellare ciò che io provo a dimostrare e ricordare, il mio ruolo e la mia motivazione a passare di generazione in generazione la testimonianza assumono rilevanza morale. È impegno morale di ogni armeno essere un sopravvissuto.

Le parole del Papa, che per la prima volta, in San Pietro e ala presenza del Catolichos degli Armeni, lo ha definito

“il primo genocidio del XX secolo”

vengono celebrate come eroiche, ma sono causa di crisi diplomatiche con la Turchia e il governo di Erdogan. Importante in questo senso è anche la presa di posizione del presidente federale tedesco Gauck durante la messa di commemorazione con rito ecumenico nel Duomo di Berlino, alla vigilia della commemorazione.

Riconoscimento è l’aspetto più importante di questa faccenda. Solo ciò su cui c’è consenso unanime può essere ricordato, pagando il rispetto necessario alle vittime (senza continue discussioni sul loro “status”). Questo è ciò che si è riusciti a fare in Germania con l’olocausto ed esattamente questo è ciò che la Turchia è chiamata a fare.

La Turchia non è però, per varie ragioni, disposta ad assumersi le proprie responsabilità e non lo farà senza una forte pressione della comunità internazionale. È senz’altro apprezzabile la risoluzione votata unanimemente dal Parlamento Europeo poche settimane fa. Importante il riconoscimento da parte dell’Italia (nel 2003), come fondamentale quello da parte di Russia e Francia. Ma non basta. Passività giustificata dal rischio della perdita di vicinanza diplomatica alla Turchia non è tollerabile e lede la dignità di paesi democratici e liberali come quelli europei. Intollerabile il non riconoscimento da parte dello Stato d’Israele.

Triste e deludente l’assenza di Gentiloni o Renzi alla cerimonia ieri a Yerevan (cui hanno partecipato Hollande e Putin). Come lo è quella di Angela Merkel o F. e. Steinmeier.

L’assenza di una rappresentanza governativa italiana al mausoleo ieri non può essere giustificata con le parole di Pier Ferdinando Casini (presidente commissione esteri alla Camera, recatosi a Erevan con il suo omologo al Senato, Cicchitto) che oggi sul Corriere della Sera dice

“Tanti paesi hanno inviato delegazioni di alto livello, ma non ministeriali. Penso per esempio, a Germania e Inghilterra”

Ma Casini dimentica che i paesi da lui menzionati non hanno fatto questa importante scelta di campo, riconoscendo il genocidio. Un’assenza importante e deludente, ennesima dimostrazione dell’inadeguatezza italiana in campo diplomatico e a livello internazionale in generale (ultimo caso quello di Lo Porto).

Lasciando da parte le mie divagazioni sul ruolo dell’Italia, queste sono le motivazioni che hanno spinto molti Armeni ieri a camminare in silenzio per le strade di Istanbul tenendo in mano i non ti scordar di me.

È una difficile situazione, e non sembra che le tensioni si possano allentare con i presupposti attuali.

Si è persa un’importante occasione, quella del centenario, per fare un passo avanti in questa vicenda e darle finalmente la dignità che merita.

In Turchia, alcune riflessioni..

Come fare a prevenire i casi di stupro e sfruttamento sessuale da parte dei cosiddetti caschi blu? Che giurisdizione applicare, quella del paese di origine, quella del paese in cui sono impiegati o una terza soluzione internazionale? Le organizzazioni internazionali, oggi che ricoprono un ruolo sempre più importante nella diplomazia multilaterale, devono essere ritenute legalmente responsabili delle loro azioni? Chi deve e soprattutto ha il potere di giudicarle? Queste sono le questioni che mi hanno portato in Turchia, ad Antalya.

Sì, mi trovo nella famosa località di villeggiatura fuori stagione.

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Ogni anno 500-600 studenti degli ultimi anni delle superiori e dell’università da svariate parti del mondo riempiono un resort sulla spiaggia e simulano i processi decisionali delle Nazioni Unite, divisi nelle varie commissioni e organi. È a tutti gli effetti un gioco di ruolo, dove i partecipanti sono chiamati a calarsi nei panni di delegati di una nazione che non sia la loro e rappresentare i suoi interessi in un determinato consesso. Tutto è curato nei minimi dettagli. Nel mio caso, sto rappresentando la Repubblica della Corea (Corea del Sud, nome però non appropriato poiché questa non riconosce la Corea del Nord e dunque si considera l’unica “vera” Corea) nella sesta commissione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, la commissione competente in materia legale. Una buona preparazione è necessaria e bisogna conoscere la materia del dibattito perfettamente, poiché in cinque giorni di lavori si ha la possibilità di entrare parecchio nei dettagli. Si ha “libertà di azione” in quanto per certi versi si può agire secondo coscienza e piacere, però bisogna anche sempre tenersi bene in mente, alleanze, relazioni economiche e commerciali che si hanno con altri paesi. Specialmente nel caso della Corea, con un acerrimo nemico (e i suoi partner) e con la protezione (non gratuita) degli Stati Uniti.

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A scuola tutto va bene, finalmente il volontariato è decollato e dunque vado ogni settimana in un quartiere un po’ disagiato di Dilijan dove c’è un centro per bambini con disabilità, che in Armenia è un grande problema in quanto avere un figlio disabile è visto come una disgrazia e molto spesso vengono tenuti in casa per vergogna. Questa organizzazione è anche molto attiva nel lobbismo presso le autorità locali per far sì che venga applicato lo stesso modello che vige in Italia, in cui non ci sono scuole separate e per noi è normale vedere bambini (o persone in generale) disabili. Ora in questo posto remoto i bambini cantano “sardina-ina-ina coccodrillullà chi fuori resterà!”.

Martedì ho ricevuto un’email da una delle migliori università di business del mondo (la IE – Instituto de Empresa di Segovia-Madrid) che mi comunicava che sono stato selezionato tra 280 domande per andare a trascorrere quattro giorni nei loro campus con una dozzina di altri ragazzi per conoscere l’università, discutere alcune questioni che riguardano la formazione universitaria, partecipare a seminari e visitare un po’ di Spagna. Sono molto contento perché è un grande successo, e un’altra esperienza da aggiungere al mio bagaglio.

Per tornare alle grandi questioni discusse durante la settimana in Turchia…purtroppo le abbiamo anche sperimentate direttamente. Tre dei nostri compagni non sono potuti venire poiché non hanno ottenuto un visto. Inoltre il confine tra la Turchia e l’Armenia è chiuso e dunque era necessario volare dalla Georgia. Per questa settimana in un paese che confina con quello in cui vivo ho ottenuto 7 timbri sul mio passaporto. Alla frontiera tra Armenia e Georgia abbiamo dovuto scaricare tutto, aspettare e passare uno a uno la frontiera quando vi erano molti armeni nei loro viaggi della disperazione, che passavano la frontiera per continuare con il loro lungo viaggio per Mosca in pullman (circa 30h) per trovare la salvezza con borse e borsoni. Queste sono scene a cui noi europei occidentali non siamo più abituati e ci sembrano molto strane. Non siamo abituati ad aspettare un’ora e mezza al Brennero per ottenere un timbro alle tre di mattina. Ma purtroppo la nostra è più l’eccezione che la regola, anche se non ce ne rendiamo conto.

“Tutto il resto è noia, no non ho detto gioia”

Il tempo passa e le giornate diventano sempre più piene, ma in particolare la sensazione che lo diverranno sempre più cresce di giorno in giorno.

Il volontariato è iniziato: adesso ogni martedì pomeriggio vado a Bridge of Hope, una organizzazione non governativa che è attiva nel sociale, in particolare con ragazze e ragazzi con disabilità o da background sociali sfavorevoli. Questa organizzazione è anche attiva nella promozione dell’educazione inclusiva in Armenia. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che per me, da studente italiano, aver studiato insieme a ragazzi disabili è dato per scontato ma non è così in molti paesi del mondo. In Germania ad esempio vi sono strutture apposite, seppur di elevato standard. I ragazzi disabili che hanno frequentato le mie stesse scuole hanno potuto vivere per quanto possibile una normalità, ma soprattutto la loro presenza ha arricchito tutti i ragazzi considerati “normali”.

Come già detto mi trovo all’alba di un quadrimestre pieno. A guardare il calendario già mi gira la testa. Non vi è settimana, week-end o giornata senza qualcosa di speciale. E tutto questo si aggiunge alla nostra già intensa vita di studenti UWC e IB con sempre più deadlines all’orizzonte. A marzo andrò una settimana in Turchia a una Model United Nations, rappresentando la Corea del Sud in una delle commissioni. Ad aprile andrò in Scozia per un programma promosso da Carlo, il Principe del Galles.

L’intensità di questa esperienza non la posso racchiudere in poche righe, ma avrei difficoltà pur essendo prolisso. La settimana scorsa era inclusivity week in cui abbiamo organizzato diverse attività con a tema appunto l’inclusione, di tutti i tipi, per gli LGBT, disabilità e altre minoranze. Io ad esempio ho organizzato insieme ad altri ragazzi una discussione sulle minoranze linguistiche portando l’autonomia come una buona soluzione a questo tipo di conflitto. Uno dei ragazzi siriani ha raccontato la sua esperienza della guerra, un altro ragazzo il suo coming-out. Sono stati racconti molto toccanti.

Quest’intensità caratterizza anche le relazioni. L’intensità delle relazioni che ho qui è senz’altro data dalle incredibili esperienze che viviamo ma anche semplicemente dalla convivenza. Vivere insieme ad altre persone cambia completamente la prospettiva che abbiamo di loro e il modo in cui ci si relaziona.

Sia sabato che domenica sono andato a sciare, e d’ora in poi vi andrò ogni settimana. Sono proprio contento e mi sono reso conto di quanto mi mancasse sciare. Ho insegnato un po’ ai principianti e agli intermedi ma ho anche avuto modo di divertirmi e perfino di sperimentare cose nuove: per un pomeriggio ho provato telemark e nonostante sia più faticoso, devo dire che gli “hippie sticks” sono proprio divertenti..chissà, magari insisto.

Si inizia a pianificare l’estate, con tante idee, sogni e aspirazioni. La mia testa dunque è qui, chissà dove nel pensare al futuro, ma è un po’ anche a casa: seguo le notizie e apprendo dell’elezione di Mattarella a presidente della Repubblica. Devo dire che la notizia mi ha colto con un po’ di delusione. Nonostante sia senz’altro un personaggio di rilievo e adatto al ruolo, mi aspettavo (e credo non da solo) una figura di cambiamento GENERazionale inteso sia di genere che di generazione. Da fuori di tanto in tanto fa tristezza realizzare l’incapacità (o la difficoltà per essere più ottimisti) dell’Italia di cambiare. Su questo fronte mi ha fatto piacere vedere la rilevanza mediatica anche a livello nazionale che Stazione Futuro sta ottenendo per le sue azioni (e non solo per la sua più che apprezzabile fondazione e start-up), che un minimo di speranza me la riaccende.

Le selezioni sono iniziate: come affrontarle.

Lo scorso fine settimana sono iniziate le prime sessioni della fase interregionale delle selezioni del bando per i Collegi del Mondo Unito per l’Italia per il biennio 2015-2017.

La selezione è strutturata in modo molto efficace, in quanto riesce ad evidenziare il potenziale di ciascun candidato, non essendo solamente basata su risultati accademici o extra-accademici.

Dopo una selezione su base documentale, si tiene la fase interregionale (l’anno scorso di una giornata ciascuna sessione) che comprende un test scritto paragonabile a quelli invalsi e di accesso alle università (italiano-comprensione del testo, matematica-logica, cultura generale), attività, discussioni e lavori di gruppo sotto osservazione della commissione e un colloquio orale.

Superata questa fase si viene invitati a Duino (TS) presso il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico, dove si tengono le selezioni nazionali (due giorni) in modalità analoga.

Il consiglio che ho ricevuto (principalmente da alumni) l’anno scorso quando mi trovavo nella situazione di attesa e preparazione in cui si stanno trovando un migliaio di ragazze e ragazzi oggi, era sempre “sii te stesso”.

Questo consiglio forse mi rendeva ancora più insicuro e preoccupato poiché non suggerisce una via di preparazione alle selezioni, ma oggi, avendo superato quelle selezioni, mi sento di dare lo stesso identico consiglio: “siate voi stessi”. Non c’è praticamente modo per prepararsi (a parte forse tenersi aggiornati per quanto riguarda la cultura generale, ma non si può fare nell’arco di poco tempo). Bisogna affrontare questo tipo di selezioni cercando di essere il più rilassati possibili e soprattutto il meno arroganti possibili: bisogna sì mostrare le proprie qualità e non esagerare dunque in modestia e umiltà, ma anche evitare di sembrare pieni di sè. D’altra parte non si tratta solamente di selezionare il miglior candidato ma quello che sarà anche in grado di vivere al meglio (o sopravvivere?) la grande esperienza che gli si offre.

La selezione è un processo molto stressante e stancante, però è anche molto interessante e utile nello sfortunato caso di insuccesso in quanto è probabilmente il primo vero duro processo di selezione per la gran parte dei candidati. È una grande prova per misurarsi con sé stessi ed imparare a gestire stress ed emozioni. Si incontrano moltissimi ragazzi della propria età con storie molto interessanti e credo che questo UWC Spirit di cui si parla moltissimo in collegio, questa attitudine che accomuna tutti gli studenti ed ex studenti UWC offrendo loro sintonia anche senza conoscersi (e che apparentemente sarebbe la causa di uno dei più alti tassi di matrimoni tra ex studenti tra le istituzioni scolastiche) era già presente in parte alle selezioni.

Vacanze, paesaggi e una #buonascuola

Ascolto musica e mi distraggo. Si sente un fischio e il treno inizia a muoversi, a lasciare la stazione di Milano Centrale. Sto tornando a casa da una breve visita ai miei nonni a Berlino. Il panorama che scorre nel mio finestrino è molto diverso dai paesaggi brulli armeni.
Tra qualche giorno si ritorna “alla base”, tra quattro giorni prenderò un altro volo, che mi riporterà a Dilijan.

Gli ultimi sono stati i mesi più intensi della mia vita. Anche queste tre settimane di vacanza non sono state da meno. Sono stato principalmente a casa, dove ho passato il tempo con la mia famiglia e i miei amici. È stata una vacanza, un periodo in cui io abbia potuto rilassarmi, riflettere e anche staccare un attimo.

Quanto è brutta la periferia milanese: Lambrate, Sesto & Co.

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Ci sono momenti in cui ho semplicemente ripensato alla moltitudine di cose che sono accadute recentemente. La doccia è stata il mio “pensatoio” preferito. Durante la doccia mi capitava spesso di vagare con il pensiero, rivivere scene. Di tanto in tanto mi chiedevo cosa fosse successo in quella o quell’altra occasione e facevo fatica a ricordare. Allora mi colpiva una sorta di apprensione: non volevo dimenticare le 1000 esperienze che mi hanno reso -forse- un po’ un’altra persona in un tempo così breve. Nel momento in cui poi il ricordo ritornava ero rassicurato. Nella conversazione con alcuni alumni mi ricordo che mi avevano menzionato questa correlazione tra l’intensità dell’esperienza UWC e la memoria ma io non ci avevo fatto più di tanto caso.

Ho trovato il mio posto. Non ho timore di ritornare, anzi, ne ho fame. Ho fame di altre esperienze, altri momenti importanti, ho fame di crescere e di cambiare ancora, ho fame di conoscere meglio tutte le persone incredibili che compongono la nostra comunità, ho fame di lavorare anche per dimostrare a me stesso che se voglio ne sono capace. Ho fame di ritornare a vivere in quel posto che mi ha fatto storcere la faccia quando vi ci sono stato “mandato”.

Ho trovato la mia scuola. Quanto tempo ho passato durante la mia attività di presidente della consulta provinciale degli studenti a provare ad immaginare una scuola migliore, una scuola nuova e inclusiva ma forte, che fosse a Roma al ministero o a Trento in Provincia. Beh, io l’ho trovata la scuola che mi immaginavo e la frequento. Ovviamente le condizioni per una “scuola dei sogni” (così era intitolato il documentario di MTV su UWC) sono molto più favorevoli in piccole scuole private, con ingenti risorse economiche, in cui studenti e professori vivono anche ecc. ecc. Però l’elemento imprescindibile di una #buonascuola non può che essere una rivoluzione della didattica. E per questo però c’è bisogno di entusiasmo, determinazione, passione, fiducia e la disponibilità a mettersi in gioco. Beh tornando nella mia scuola non ho trovato questi elementi alla base di una “rivoluzione”. Credo che nella scuola italiana ci sia troppa amarezza, stanchezza e fatica. Penso che nella scuola italiana ci siano grandi menti (da entrambe le parti) che non vengono sfruttate a sufficienza, le cui idee non vengono ascoltate. Sembra che emergano molto di più le lamentele delle idee.
Lo dico chiaro: non abbiamo bisogno di aule informatica bensì di professori che non siano frustrati. Secondo me ciò di cui non si è parlato affatto nella discussione sulla riforma e che secondo me è centrale è la riduzione – diciamo di un terzo – dei programmi ministeriali. I programmi ministeriali sono, a mio parere, uno dei maggiori ostacoli ad una buona didattica nella nostra scuola. Sono una delle cause che ci portano a memorizzare e non ad imparare. Sono una delle cause che distruggono la creatività dei professori. Non dico che le nozioni non siano importanti ma se nessuno ci insegna o ci dà la possibilità di approfondirle, analizzarle, confrontarle con altre, utilizzarle in modo nuovo e non solo riportarle in un tema alla fine dell’unità studiata a cosa ci servono queste nozioni, di cui per la gran parte non ci ricorderemo tra qualche anno?
Ci ho pensato durante i miei esami. Quante persone a casa usano i cellulari durante i temi.. Lì per quasi tutti gli esami che ho avuto avrei preso esattamente lo stesso voto con o senza cellulare in quanto mi si chiedeva l’applicazione delle nozioni con competenze acquisite.

Ho cambiato a Verona. Sto entrando nella Valle dell’Adige e le montagne di casa mi accolgono scorrendo nel finestrino, castello di Avio e tutto il resto. L’accento malgaro delle persone nei posti vicini. Ancora per pochi giorni e poi di nuovo montagne ma questa volta Lada e cani randagi.

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Check-in, scalate e casa.

Mi trovo all’area check-in dello Zvartnots International Airport di Yerevan e sto aspettando. Sto aspettando di poter prendere in mano il pezzo di carta che mi farà tornare a casa. Casa. Il concetto di casa per me è molto difficile da descrivere e non so se riesco già a chiamare lo UWC Dilijan College casa. Credo di si. Comunque Dilijan è il posto in cui ho vissuto i quattro mesi più intensi della mia vita. Questa remota località termale che viene considerata da tutti gli armeni il gioiello dell’Hayastan (il nome con cui gli armeni chiamano la loro terra) mi ha già dato molto nonostante il tempo fosse poco. Dilijan è il posto in cui all’inizio non avrei mai voluto vivere. Dilijan è il posto che mi sembrava sporco e poco accogliente. Ma Dilijan è anche il posto in cui ho imparato un’enorme quantità di cose da persone incredibili. E questa nuova conoscenza non l’ho appresa (solamente) dai professori ma dagli amici con i quali ho stretto legami molto importanti come mai avrei potuto immaginare. Dilijan è anche il posto nel quale ho imparato molto da me stesso e nel quale ho iniziato a lavorare su me stesso, il posto nel quale ho acquisito consapevolezza: il posto in cui sono maturato o meglio, sto maturando.

Ieri notte il primo pulmino ha lasciato il campus e le ore che hanno preceduto e succeduto quel momento sono state malinconiche. Salutare persone importanti, anche se solo per un periodo relativamente breve, fa realizzare quanto esse siano veramente importanti. Camminare per i corridoi e gli spazi comuni delle nostre residenze ormai ancora più vuote del solito (dopo il trasloco in tutte le nuove residenze, con capienza del 50% visto che siamo solo un’annata, gli spazi comuni non sono più piacevolmente affollati come prima) e non incontrare gli sguardi dei membri della nostra piccola ma molto speciale comunità è stato strano e ha generato ulteriori riflessioni su ciò che è stato e ciò che sarà. Guardarsi intorno e non sentire conversazioni in skype in decine di lingue diverse che (inutilmente) cerchi di decifrare è stato qualcosa di insolito.

Sono contento di tornare a casa, quella vera, e di vedere ed abbracciare tutti i miei affetti trentini. D’altra parte ora a distanza di cinque mesi da quella telefonata dalla Commissione Nazionale per l’Italia dei Collegi del Mondo Unito sono certo di poter dire che non ci potrebbe essere stata migliore comunicazione di quella che ho ricevuto quel 24 giugno scorso. Senz’altro non è la via più semplice quella che sto prendendo, senz’altro ci sarebbero sentieri meno irti e con un panorama più apprezzabile durante la scarpinata. Ma quello che ci spronano costantemente, quotidianamente, a fare qui in Armenia come in tutti gli altri Collegi del  Mondo Unito è esattamente l’opposto: dopo aver adeguatamente valutato i rischi e consci dei nostri limiti, iniziare a camminare. Ma camminare nel sentiero erto che porta in cima alla montagna, anche se durante la camminata si sudi, si soffra il freddo e si faccia fatica. Anche se durante la scalata non si possa godere di un bel panorama. Ma l’obiettivo va sempre tenuto in mente e ogni scalatore sa perfettamente che non si può intraprendere una scalata importante da soli ma è necessario il supporto degli altri ed è necessario supportare gli altri. Ma attenzione, raggiungere la cima della montagna non significa avere successo e basta. Non significa avere tanti soldi e potersi permettere tutti gli status symbol bensì essere soddisfatti e felici di ciò che si è stati in grado di conquistare, permettersi un sospiro di sollievo guardando il panorama dalla vetta e poi utilizzare questa posizione come mezzo per imprimere in questo mondo un cambiamento. La mission statement dei Collegi (UWC fa dell’educazione una forza per unire i popoli, le nazioni e le culture perseguendo la pace ed un futuro sostenibile) mi ha fatto riflettere molto e uscire da una naturale logica autoreferenziale del successo. Mi ha fatto capire più che mai quanto successo equivalga a responsabilità.

Gli addetti si stanno preparando e finalmente la conclusione di questo primo pezzo di avventura può avere inizio.

Tra poche ore sarò a casa mia, con la mia famiglia e con i miei amici e sarò contento. Sarò però anche contento perché conscio del fatto che a 3611 km, ce n’è un’altra di casa, con un’altra famiglia fatta di amici, attualmente sparsi per il mondo.

Buon Natale