Comproprietà e indifferenza

Un labirinto di corridoi vuoti, stanze ormai già chiuse con letti coperti e tutto sistemato in armadi e cassetti. Il silenzio che ha rimpiazzato parole, rumori, musica, lacrime e risate. Questo è ciò che si prova se, come me, si è tra gli ultimi a lasciare un collegio prima delle vacanze di Natale.

E allora decido di guardare La Grande Bellezza di Sorrentino nelle poche ore che precedono la mia partenza. Alcuni dei pochi superstiti si uniscono a me,  così sono non solo l’unico italiano a guardare questo capolavoro ma anche l’unico europeo ma a quanto pare l’effetto del film è forte anche su chi, nella capitale non c’è mai stato. Durante il mio tragitto dal collegio all’aeroporto, di notte, ho ripensato molto al film e al mio tempo qui in Armenia. Come fa tanta decadenza sociale e culturale, ad essere avvolta da una bellezza spaventosa? Ma soprattutto: come è possibile per qualcosa capace di emozionare a un tale livello essere schiacciata nell’angolo da tale corruzione, intesa come totale abbandono della dignità e degenerazione morale e spirituale, depravazione. Il contrario di tutto ciò è il progresso, e avendo il privilegio di poter osservare l’andamento delle cose dall’esterno, purtroppo l’impressione non è affatto quella di progresso. C’è aria di stagnazione, non di progresso.

Di fatti, andando all’estero mi sono potuto rendere conto non solo dell’indiscutibile grande bellezza del nostro paese, ma anche dei suoi difetti. Avere chiari i secondi mi rende più orgoglioso dei primi, per quanto possa sembrare paradossale. In un ambiente in cui sono circondato da studenti provenienti per la maggioranza da paesi con regimi e tradizioni poco (se non per nulla) democratici (perché così è il mondo purtroppo), sento troppo spesso una grande separazione tra ciò che ci si sente di voler rappresentare del proprio paese e ciò che il proprio paese rappresenta. Per un certo verso questo atteggiamento è più che comprensibile in paesi dove è difficile o perfino impossibile far sentire la propria voce e scegliere da chi si vuole essere governati, ma non trovo questo atteggiamento ugualmente giustificabile per democrazie mature e compiute, come quelle europee occidentali ad esempio. Infatti, se è legittimo essere in disaccordo con le azioni del proprio governo (a maggior ragione se si ha votato per un altro schieramento politico) o con uno specifico aspetto della mentalità e cultura, trovo alquanto vano ma soprattutto irresponsabile questo senso di rassegnazione, che purtroppo è tipico in Italia. Al contrario, ho imparato ad apprezzare i difetti e vizi, come stimolo per una società matura e consapevole. Lo riconduco a un concetto molto usato in inglese: sense of ownership, senso di comproprietà. Se c’è qualcosa per la quale provo avversione o perfino disgusto e che mi fa sentire a disagio, dovrebbe essere tale da provocarmi indignazione piuttosto che rassegnazione. Se effettivamente sono in grado di sentire questo senso di comproprietà e c’è qualcosa che non mi piace, a prescindere dall’essere in possesso degli strumenti per cambiarlo, dovrei sentirmi indignato e mi dovrebbe spronare a fare qualcosa o almeno a sentirmi in dovere di farlo. È una questione d’orgoglio. Il passivo senso di rassegnazione è proprio della separazione di cui parlavo prima, di una negazione della propria responsabilità e attivismo. Non voglio mettere la rassegnazione sullo stesso piano del menefreghismo, perché sono consapevole del fatto che la rassegnazione possa derivare dall’essere disincantato e disilluso, ma entrambi i concetti, seppur con origini distinte, sono in mia opinione un abbandono di quella comproprietà. Non ci può essere progresso senza partecipazione e comproprietà ed è questo ciò che vedo quotidianamente in un paese in via di sviluppo, dove forze esterne faticano ad “imporre” sviluppo e progresso a causa di questo fenomeno. Il cambiamento non può che essere partecipato e soprattutto voluto, e dunque non può che generare da una società attiva e, se necessario, indignata.

Questa riflessione è nata dopo un anno in collegio nel quale spesso mi trovavo in disaccordo con le decisioni che il management prendeva e con il processo che portava a queste decisioni. Dopo alcuni tentativi falliti di cambiamento e di indurre i miei pari ad essere attori di questo cambiamento, la disillusione e dunque la rassegnazione ha preso il sopravvento. Tuttavia, era uno stato che non mi faceva completamente stare a mio agio e di conseguenza finivo per evitare di pensare a tutto ciò che avesse a che fare con questo ambito, a separarmi volutamente da questo. Ma finalmente (non nascondo che è stato un processo non breve), ho deciso che, per quanto avessi potuto continuare in questo modo, ciò non era quello che volevo e ho deciso di candidarmi e diventare uno dei rappresentanti d’istituto. E ho deciso di farlo con lo stesso spirito di quando contribuì a fondare il movimento politico Stazione Futuro: per combattere l’indifferenza.

 

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“Tutto il resto è noia, no non ho detto gioia”

Il tempo passa e le giornate diventano sempre più piene, ma in particolare la sensazione che lo diverranno sempre più cresce di giorno in giorno.

Il volontariato è iniziato: adesso ogni martedì pomeriggio vado a Bridge of Hope, una organizzazione non governativa che è attiva nel sociale, in particolare con ragazze e ragazzi con disabilità o da background sociali sfavorevoli. Questa organizzazione è anche attiva nella promozione dell’educazione inclusiva in Armenia. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che per me, da studente italiano, aver studiato insieme a ragazzi disabili è dato per scontato ma non è così in molti paesi del mondo. In Germania ad esempio vi sono strutture apposite, seppur di elevato standard. I ragazzi disabili che hanno frequentato le mie stesse scuole hanno potuto vivere per quanto possibile una normalità, ma soprattutto la loro presenza ha arricchito tutti i ragazzi considerati “normali”.

Come già detto mi trovo all’alba di un quadrimestre pieno. A guardare il calendario già mi gira la testa. Non vi è settimana, week-end o giornata senza qualcosa di speciale. E tutto questo si aggiunge alla nostra già intensa vita di studenti UWC e IB con sempre più deadlines all’orizzonte. A marzo andrò una settimana in Turchia a una Model United Nations, rappresentando la Corea del Sud in una delle commissioni. Ad aprile andrò in Scozia per un programma promosso da Carlo, il Principe del Galles.

L’intensità di questa esperienza non la posso racchiudere in poche righe, ma avrei difficoltà pur essendo prolisso. La settimana scorsa era inclusivity week in cui abbiamo organizzato diverse attività con a tema appunto l’inclusione, di tutti i tipi, per gli LGBT, disabilità e altre minoranze. Io ad esempio ho organizzato insieme ad altri ragazzi una discussione sulle minoranze linguistiche portando l’autonomia come una buona soluzione a questo tipo di conflitto. Uno dei ragazzi siriani ha raccontato la sua esperienza della guerra, un altro ragazzo il suo coming-out. Sono stati racconti molto toccanti.

Quest’intensità caratterizza anche le relazioni. L’intensità delle relazioni che ho qui è senz’altro data dalle incredibili esperienze che viviamo ma anche semplicemente dalla convivenza. Vivere insieme ad altre persone cambia completamente la prospettiva che abbiamo di loro e il modo in cui ci si relaziona.

Sia sabato che domenica sono andato a sciare, e d’ora in poi vi andrò ogni settimana. Sono proprio contento e mi sono reso conto di quanto mi mancasse sciare. Ho insegnato un po’ ai principianti e agli intermedi ma ho anche avuto modo di divertirmi e perfino di sperimentare cose nuove: per un pomeriggio ho provato telemark e nonostante sia più faticoso, devo dire che gli “hippie sticks” sono proprio divertenti..chissà, magari insisto.

Si inizia a pianificare l’estate, con tante idee, sogni e aspirazioni. La mia testa dunque è qui, chissà dove nel pensare al futuro, ma è un po’ anche a casa: seguo le notizie e apprendo dell’elezione di Mattarella a presidente della Repubblica. Devo dire che la notizia mi ha colto con un po’ di delusione. Nonostante sia senz’altro un personaggio di rilievo e adatto al ruolo, mi aspettavo (e credo non da solo) una figura di cambiamento GENERazionale inteso sia di genere che di generazione. Da fuori di tanto in tanto fa tristezza realizzare l’incapacità (o la difficoltà per essere più ottimisti) dell’Italia di cambiare. Su questo fronte mi ha fatto piacere vedere la rilevanza mediatica anche a livello nazionale che Stazione Futuro sta ottenendo per le sue azioni (e non solo per la sua più che apprezzabile fondazione e start-up), che un minimo di speranza me la riaccende.

Check-in, scalate e casa.

Mi trovo all’area check-in dello Zvartnots International Airport di Yerevan e sto aspettando. Sto aspettando di poter prendere in mano il pezzo di carta che mi farà tornare a casa. Casa. Il concetto di casa per me è molto difficile da descrivere e non so se riesco già a chiamare lo UWC Dilijan College casa. Credo di si. Comunque Dilijan è il posto in cui ho vissuto i quattro mesi più intensi della mia vita. Questa remota località termale che viene considerata da tutti gli armeni il gioiello dell’Hayastan (il nome con cui gli armeni chiamano la loro terra) mi ha già dato molto nonostante il tempo fosse poco. Dilijan è il posto in cui all’inizio non avrei mai voluto vivere. Dilijan è il posto che mi sembrava sporco e poco accogliente. Ma Dilijan è anche il posto in cui ho imparato un’enorme quantità di cose da persone incredibili. E questa nuova conoscenza non l’ho appresa (solamente) dai professori ma dagli amici con i quali ho stretto legami molto importanti come mai avrei potuto immaginare. Dilijan è anche il posto nel quale ho imparato molto da me stesso e nel quale ho iniziato a lavorare su me stesso, il posto nel quale ho acquisito consapevolezza: il posto in cui sono maturato o meglio, sto maturando.

Ieri notte il primo pulmino ha lasciato il campus e le ore che hanno preceduto e succeduto quel momento sono state malinconiche. Salutare persone importanti, anche se solo per un periodo relativamente breve, fa realizzare quanto esse siano veramente importanti. Camminare per i corridoi e gli spazi comuni delle nostre residenze ormai ancora più vuote del solito (dopo il trasloco in tutte le nuove residenze, con capienza del 50% visto che siamo solo un’annata, gli spazi comuni non sono più piacevolmente affollati come prima) e non incontrare gli sguardi dei membri della nostra piccola ma molto speciale comunità è stato strano e ha generato ulteriori riflessioni su ciò che è stato e ciò che sarà. Guardarsi intorno e non sentire conversazioni in skype in decine di lingue diverse che (inutilmente) cerchi di decifrare è stato qualcosa di insolito.

Sono contento di tornare a casa, quella vera, e di vedere ed abbracciare tutti i miei affetti trentini. D’altra parte ora a distanza di cinque mesi da quella telefonata dalla Commissione Nazionale per l’Italia dei Collegi del Mondo Unito sono certo di poter dire che non ci potrebbe essere stata migliore comunicazione di quella che ho ricevuto quel 24 giugno scorso. Senz’altro non è la via più semplice quella che sto prendendo, senz’altro ci sarebbero sentieri meno irti e con un panorama più apprezzabile durante la scarpinata. Ma quello che ci spronano costantemente, quotidianamente, a fare qui in Armenia come in tutti gli altri Collegi del  Mondo Unito è esattamente l’opposto: dopo aver adeguatamente valutato i rischi e consci dei nostri limiti, iniziare a camminare. Ma camminare nel sentiero erto che porta in cima alla montagna, anche se durante la camminata si sudi, si soffra il freddo e si faccia fatica. Anche se durante la scalata non si possa godere di un bel panorama. Ma l’obiettivo va sempre tenuto in mente e ogni scalatore sa perfettamente che non si può intraprendere una scalata importante da soli ma è necessario il supporto degli altri ed è necessario supportare gli altri. Ma attenzione, raggiungere la cima della montagna non significa avere successo e basta. Non significa avere tanti soldi e potersi permettere tutti gli status symbol bensì essere soddisfatti e felici di ciò che si è stati in grado di conquistare, permettersi un sospiro di sollievo guardando il panorama dalla vetta e poi utilizzare questa posizione come mezzo per imprimere in questo mondo un cambiamento. La mission statement dei Collegi (UWC fa dell’educazione una forza per unire i popoli, le nazioni e le culture perseguendo la pace ed un futuro sostenibile) mi ha fatto riflettere molto e uscire da una naturale logica autoreferenziale del successo. Mi ha fatto capire più che mai quanto successo equivalga a responsabilità.

Gli addetti si stanno preparando e finalmente la conclusione di questo primo pezzo di avventura può avere inizio.

Tra poche ore sarò a casa mia, con la mia famiglia e con i miei amici e sarò contento. Sarò però anche contento perché conscio del fatto che a 3611 km, ce n’è un’altra di casa, con un’altra famiglia fatta di amici, attualmente sparsi per il mondo.

Buon Natale